Giudicare sempre!

Porre giudizio, giudicare, è la cosa più indispensabile e nobile che ci sia per un essere umano. A non giudicare non si sbaglia mai, ovvio. Ma siamo esseri umani, non vegetali!

Si può non giudicare e non sbagliare mai, ognuno fa le sue scelte. Ma questo non è vivere. Non è vivere da uomo. E’ sopravvivere.

Bisogna sempre cercare cosa è vero e cosa è falso, e non stancarsi mai. Giudicare, giudicare, giudicare: questo è vivere! Ovvio che lo stupido giudica stupidamente. Sempre meglio che non provarci nemmeno!

Non “ho” la verità, lo so, ma “credo” di sapere cosa è vero o cosa è falso, ovvero ho una “opinione” in proposito. Posso dare un mio giudizio. So che esiste qualcosa di vero e qualcosa di falso, ed è nostro compito scoprirlo: la vita è questo. Sono alla ricerca della verità. Ci provo.
Giudicare non significa essere pedanti o giudicare le intenzioni (nella testa del prossimo non si può entrare). Ma giudicare i fatti, le azioni, le parole è ovvio, è normale.

Mi spiego: se siamo liberi siamo liberi perchè possiamo “scegliere”. Scegliere implica una responsabilità e un giudizio.
Senza giudizio non c’è scelta consapevole e quindi la libertà è solo apparente.
Ci sono persone che credono nel nulla, fermamente. Per loro la vita è solo apparenza e dopo non c’è nulla. Per loro ogni opinione è degna come quella di qualunque altro: ogni idea è valida come quella di chiunque altro, ogni verità è uguale a quella di qualunque altro.

Se ci sono tante verità non esiste la verità: è il nichilismo puro. E’ il nulla.
Io credo che la mia opinione sia migliore, che la mia idea sia migliore, che la verità sia una.
Questo non significa che io sia sicuro di aver ragione, ma proprio perchè ho “ragionato”, ho “giudicato”, ho faticosamente acquisito il mio punto di vista. Che devo credere sia il migliore, senza mai smettere di migliorarlo.
Ovviamente so che posso avere torto, devo valutare di continuo (è molto faticoso) ma la libertà consiste in questo.

Ovviamente so che ci sono molte persone più sagge, intelligenti, colte e istruite di me.
Ovviamente so che l’umiltà è la base della conoscenza.
Ovviamente so che devo rispettare chi ha idee diverse dalle mie, ma questo non significa che debba essere d’accordo con loro.
Ovviamente so che tutto questo implica intelligenza (“intelligere” significa “giudicare”) e tolleranza (la tolleranza è impossibile senza amore).
Ma oggi confondiamo il rispetto per il prossimo con la legittimazione di qualunque sciocchezza possa fare o pensare.

Questo ci porta alla mancanza di giudizio e alla negazione della Verità.
Questo ci porta alla negazione non solo dell’intimo significato della libertà (se ogni scelta è indifferente allora è inutile avere la libertà di scelta) ma anche alla negazione dell’amore.

L’amore senza l’intelligenza è puro sentimentalismo: vuoto e ozioso.

La liberalizzazione della soppressione della vita senza valore

Propaganda tedesca per l'Eutanasia: "Stai sostenendo questo peso! Il costo di una persona affetta da malattia ereditaria fino al raggiungimento dei 60 anni è di circa 50.000 marchi"

Questo è il titolo  del saggio di due stimati scienziati, Karl Binding e Alfred Hoche, che nel 1920 teorizzavano ”scientificamente” la “morte caritatevole“, ripubblicato oggi dalla casa editrice Ombre Corte di Verona come “Precursori dello sterminio

Il libro rivela che il pensiero eugenetico portato ai suoi esiti estremi era diffuso e condiviso anche prima dell’avvento al potere dei nazisti. E grazie a studiosi che nazisti non erano.  Quindi, anche se i nazisti fecero poi un grande uso di questo testo diffondendone le tesi di base, si trattava di idee germinate in una cultura precedente: il darwinismo eugenista, molto in voga in quegli anni in Europa.

Nei motivi addotti per giustificare — anzi, auspicare — l’eliminazione delle persone malate gravemente o affette da disturbi psichici ritroviamo idee e vocaboli in uso ancora oggi presso i fautori dell’eutanasia o della selezione dei feti.

Gli autori infatti sostengono che non si può considerare vita in senso pieno quella di chi, a causa della malattia, è esposto a un’agonia dolorosa e senza speranza, o quella degli idioti incurabili, che trascinano esistenze senza scopo e utilità, imponendo alla comunità oneri di sostegno pesanti e inutili. A proposito di queste persone, i due studiosi inventano una nuova definizione, che godrà un grande successo anche ben oltre la sconfitta del nazismo: «vite non degne di essere vissute». Una definizione che spiana la strada all’eliminazione dei malati e degli inabili, permettendo che questi omicidi vengano giustificati con una motivazione moralmente apprezzabile: essi parlano infatti di «morte caritatevole».

Si tratta delle stesse parole che ritornano negli scritti di molti bioeticisti contemporanei, e di molti politici che sostengono proposte legislative di tipo eutanasico. La nozione di vita come bene degno di tutela viene d’ora in avanti disancorata da qualunque postulato metafisico, da qualunque dogma giusnaturalistico, e condotta verso una semantica della concretezza e dell’immanenza: la vita ha valore in quanto essa procura piacere e si sottrae al dolore.

Questo libro, proprio per i suoi caratteri sinistramente attuali, dovrebbe dunque imbarazzare fortemente coloro che sostengono l’eutanasia pensando di non avere niente a che fare con il nazismo.

Su cosa poggia la tartaruga?

E’ impossibile essere “sicuri” che Dio non esista

Se Dio esiste la scienza non esaurisce la sapienza.

E l’immanenza non è la roccia su cui costruire l’Uomo.

E nemmeno la democrazia.

Questo spiega diverse cose.

Ma servono una logica rigorosa e molto coraggio per capirlo.

 

Senza silenzio non c’è comunicazione: mi spiego…

Un blog è una specie di urlo nel deserto.

Specialmente un blog senza commenti, come questo, in cui l’autore ha l’arroganza di voler dire la sua senza contraddittorio. Questo perchè non ho bisogno dell’opinione degli altri per esprimere il mio punto di vista. Altrove imparo e discuto. Altrove ascolto e domando. Altrove il mio punto di vista è oggetto di dialogo, non qui: qui rifletto, da solo. Il pensiero è il mio, e desidero svilupparlo in profondità, per quanto mi sia minimamente possibile. Non voglio che le pur torbide acque del mio flusso di ragionamenti vengano increspate dai sassi lanciati da altri. Se l’acqua non si cheta il fondo non si vede. Se devo riflettere non devo avere altri che mi parlano addosso: ho bisogno di silenzio.

Per questo, nell’epoca del massimo rumore, in cui la rete ci ha resto tutti scrittori e urlatori, trovo il richiamo al silenzio terribilmente affascinante. Per questo ho postato il richiamo del Papa ad apprezzare l’indispensabilità del silenzio. Per questo ho postato integralmente il suo argomento: per essere costretto a leggerlo e rileggerlo bene, in questo piccolo posto silenzioso che è Millastro.

Senza silenzio non c’è comunicazione: il testo

Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione

(Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la XLVI giornata mondiale delle comunicazioni sociali )

Cari fratelli e sorelle,

all’avvicinarsi della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012, desidero condividere con voi alcune riflessioni su un aspetto del processo umano della comunicazione che a volte è dimenticato, pur essendo molto importante, e che oggi appare particolarmente necessario richiamare. Si tratta del rapporto tra silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato.

Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto. Leggi tutto

Una buona cosa per gli affari

Lloyd Blankfein

(ANSA) – NEW YORK, 7 FEB - Il numero uno della banca d’affari Goldman Sachs si schiera a favore dei matrimoni gay. In un video dell’associazione Human Rights, Lloyd Blankfein dichiara ”Sono il presidente e ad di Goldman Sachs – afferma – e sostengo da tempo l’uguaglianza nel matrimonio. Le imprese Usa hanno imparato da tempo che l’uguaglianza e’ una buona cosa per gli affari e che questa e’ la buona cosa da fare. Unitevi a me cosi’ come la maggioranza degli americani che sono a favore dei matrimoni gay”.

Il presidente della potente Banca d’Affari che, tramite i suoi consulenti Draghi, Monti, Prodi, sta dettando l’agenda istituzionale europea, ci spiega che il criterio per le scelte etiche è quello economico.

Basta saperlo…

Abbiamo perso la guerra

1. Almeno dal 2008 è in corso una guerra mondiale più difficile da capire di altre, perché combattuta non su campi di battaglia militari – almeno non principalmente, perché non mancano episodi di questo genere, come la guerra in Libia – ma nelle borse, nelle banche e nel sistema finanziario internazionale. Che questa sia una modalità delle moderne guerre dette «asimmetriche», a proposito delle quali la parola «guerra» è usata in senso proprio e non solo metaforico, è stato chiarito dagli stessi ideatori della nozione di «guerra asimmetrica», i colonnelli dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiangsui, che nel loro libro Guerre senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo e globalizzazione (trad. it. a cura del Generale Fabio Mini, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2001), talora presentato come «la Bibbia dei nuovi conflitti», oltre all’esempio del terrorismo citano precisamente quello delle aggressioni attraverso tecniche di tipo finanziario. Dopo che la crisi del 2008, seguita dall’elezione di un presidente degli Stati Uniti particolarmente inadatto a governarla, ha dimostrato che per la prima volta dopo la fine della Seconda guerra mondiale l’egemonia statunitense può essere messa in discussione, si è scatenata una guerra asimmetrica di tutti contro tutti per cercare di sostituirla con «qualche cos’altro», dove i principali contendenti sono la Cina, alcuni Paesi arabi – che si muovono anche secondo una logica di tipo religioso –, e il BRI, sigla riferita a Brasile-Russia-India, Paesi che si considerano le potenze economiche emergenti del futuro e formano il cosiddetto BRIC con la Cina, con cui però hanno interessi non coincidenti.

2. Per cercare di giocare un ruolo in questa guerra, dove l’Europa parte da una posizione piuttosto marginale, Germania e Francia – la prima più forte economicamente, la seconda assai più debole, ma con una rete migliore di contatti politici e d’intelligence internazionali con alcuni dei protagonisti principali, in particolare con il mondo arabo tramite l’alleanza con il Qatar, Paese molto importante anche perché del mondo islamico controlla, e spesso manipola, l’informazione tramite la rete televisiva al-Jazzira – hanno deciso di presentarsi come «direttorio» e di cercare di egemonizzare l’intera Unione Europea, attaccando con manovre piuttosto brutali e spericolate – talora pericolose anche per loro – le economie europee che presentavano un certo grado d’indipendenza, a cominciare da quella italiana, sia tramite un attacco finanziario sia attraverso il colpo portato agli interessi energetici più indipendenti tramite la guerra in Libia e il tentativo d’inserire cunei nei rapporti fra alcuni Paesi europei e la Russia.

3. Questa autentica guerra non è stata capita, se non da pochi osservatori particolarmente acuti rimasti inascoltati, in un’Italia persa nelle sue beghe politiche nazionali. Pur di scalzare il governo Berlusconi, qualche volta senza capire che cosa stava succedendo ma altre volte capendolo fin troppo bene e rendendosi quindi colpevoli di un vero e proprio tradimento, forze politiche di opposizione, poteri forti economici e culturali ostili per diverse ragioni al governo, e grandi giornali sostanzialmente infeudati a questi poteri, hanno agito oggettivamente da quinte colonne di questo attacco straniero al nostro Paese.

4. Indebolito non solo dalle quinte colonne – il cui ruolo proditorio e antinazionale va comunque denunciato senza infingimenti – ma anche da comportamenti privati del presidente del Consiglio – perseguiti da magistrati ostili e messi in piazza dai media portavoce dei poteri forti con modalità discutibili e talora scandalose, ma non da loro inventati –, da una notevole litigiosità interna e da una qualità e capacità di comprensione di scenari internazionali complessi rivelatesi alla prova dei fatti spesso gravemente insufficienti, il centro-destra – come dimostra per esempio la vicenda della Libia – non è stato in grado né di resistere alla guerra scatenata contro l’Italia né di spiegare agli italiani che una guerra era in atto.

5. Le cifre ormai catastrofiche dell’attacco finanziario – da non confondersi con le cifre dell’economia reale, che però in questo scenario di guerra mondiale diventa sempre meno rilevante –, il quotidiano passaggio di aziende di eccellenza italiane in mani straniere, l’evoluzione della situazione in Libia, assai meno rassicurante per gl’interessi italiani di quanto si voglia far credere, mostrano che la guerra è stata perduta. Chi non si rende conto di questa circostanza, o si rifiuta di vederla, ha poi difficoltà a capire tutto il resto.

6. Nelle nuove guerre non sono previste occupazioni del territorio sconfitto – se non, ancora, economiche – ma è previsto il commissariamento dei vinti attraverso un governo che risponda ai vincitori, i quali ne dettano le condizioni di funzionamento: un «governo Badoglio» o se si preferisce – ma le vicende storiche furono diverse – un «governo Pétain».

7. Se è vero che abbiamo perso la guerra, non possiamo sfuggire a questo tipo di governo. Lo può votare, sotto pressione dei vincitori, il Parlamento. O lo possono votare gli elettori, i quali però non saranno molto più liberi dei parlamentari perché le potenze vincitrici ripeteranno loro tutti i giorni che o «voteranno bene» o «staranno puniti» con altri durissimi attacchi che li impoveriranno oltre il limite del tollerabile, con gravi conseguenze anche per l’ordine pubblico: gli «indignados» insegnano. È possibile che i vincitori della guerra abbiamo referenti e preferenze diverse quanto alle persone: c’è chi conosce da anni il sen. Monti, chi accetterebbe l’on. Pier Luigi Bersani o magari il sindaco di Firenze dottor Matteo Renzi dopo un passaggio elettorale – in cui peraltro ben potrebbe candidarsi lo stesso sen. Monti, verosimilmente riscuotendo un vasto consenso –, perfino chi a suo tempo ha fatto delle promesse all’on. Gianfranco Fini o chi frequenta il dottor Luca Cordero di Montezemolo. Quella che può essere in discussione però è la scelta delle persone, non della politica, che è stata già dettata dai vincitori e che in gran parte è contenuta nella nota lettera della Banca Centrale Europea.

8. Che il «governo Badoglio» a sovranità limitata e sotto vigilanza dei vincitori sia nato subito con il sen. Monti ovvero rinasca dopo un passaggio elettorale con i carri armati – metaforicamente ma non troppo – fuori dei seggi non è forse l’elemento decisivo, e non dovrebbe dividere chi ha davvero a cuore le sorti della patria. Pochi o nessuno sanno davvero che fare, ma un buon punto di partenza è prendere atto che la guerra è stata perduta. Continua fra altri e con altri scenari, che forse in futuro potranno darci qualche vantaggio. Quanto ai «governi Badoglio» – che vengono comunque, con o senza elezioni – il dilemma che si pose durante e dopo la Seconda guerra mondiale in vari Paesi di volta in volta sconfitti – se stare dentro un governo sostanzialmente imposto dallo straniero, con lo scopo di alleviare le sofferenze della popolazione e iniziare a ricostruire una presenza politica forse in futuro autonoma, o testimoniare una protesta rimanendone fuori – fu risolto diversamente da persone ugualmente di buona fede. Sarebbe bene che le persone di buona fede, pur compiendo di nuovo scelte diverse, non si dividessero neppure ora, ma trovassero un momento di raccordo nello spiegare al Paese che c’è stata una guerra, che l’abbiamo persa – per colpa delle quinte colonne e dei traditori, da denunciare incessantemente, ma anche perché i «buoni» a lungo non l’hanno capita, e gli stessi passaggi finali, la cui inevitabilità era già evidente nell’estate del 2011, sono stati avviati con notevole ritardo – e che occorre operare perché una nuova classe politica s’impegni nella lunga, faticosa e dolorosa opera della diplomazia, della ricostruzione e forse domani perfino della rivincita.
Fare tutto questo con un piede dentro o con entrambi i piedi fuori dai «governi Badoglio» – forse più di uno – che ci attendono non è irrilevante, ma non è l’elemento decisivo.

Fonte

 

Io sono un uomo

Non è una affermazione soggettiva: è la cosa più oggettiva che si possa dire!

E’ “La affermazione“.

Tenetelo a mente, tutte le volte che qualcuno lo mette in dubbio.
Tenetelo a mente tutte le volte che qualcuno cerca di negarlo  a se stesso, a voi e al prossimo.
Tenetelo a mente quando qualcuno vuole negare tale condizione al suo altro, al diverso, al nemico, allo sconosciuto.

L’umanità non si lascia mettere in discussione.
L’umanità non è una opinione.
L’umanità non è cortese e non è nemmeno democratica.

Ciò che è umano è umano: non si va ai voti, non si adegua alla opinione.

Un uomo è Uomo perchè è, non perchè qualcuno lo dice.

Io sono un uomo.

Sul banco degli imputati!

Ecco chi metterei sul banco degli imputati, ecco i colpevoli della crisi, ecco chi ha ridotto questo bel paese a essere terra di futura conquista.

  • La borghesia “di rendita” che ha afflitto l’Italia dall’unità ad oggi. Dal “Sacco di Roma” alle “Privatizzazioni”, passando per due Guerre Mondiali, il Fascismo, il “Boom” e il Compromesso Storico: sempre presenti quando c’era da mangiare
  • Comunisti & soci: i paesi peggio gestiti (Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Francia) hanno avuto i Partiti Comunisti più forti d’Europa, prima del crollo del muro di Berlino. Oggi hanno le peggiori sinistre del mondo occidentale. Hanno cambiato nome e padrone ma il disprezzo della persona e della responsabilità individuale che questi hanno innestato nella società civile continua a far danni…
  • “Una certa Chiesa”, che in barba al magistero non ha mai voluto rinunciare ad una visione neo-evangelica del sociale: da Dossetti in poi è un continuo “resistere, resistere, resistere” vuotamente antagonista, politicamente corretto e schierato.
  • Il fiacco pensiero liberale italiano che non è mai riuscito ad andare oltre alla vulgata reaganiana del “libero mercato”: liberisti italiani, al mercato, sì, ma al mercato del pesce…
  • La massoneria che ha sempre tramato per inserire nel sano ceppo tradizionale italiano l’erbaccia della Rivoluzione Francese. Dai Carbonari alla Trilaterale. Non è folclore, e non sono nemmeno trame così nascoste: hanno sempre dichiarato quello che avevano intenzione di fare, e lo hanno sempre fatto…
  • I privilegiati e gli “intellettuali“:  quelli senza amore per la vita e per la gente. Quel “tipo” di professori, giornalisti, magistrati, opinionisti, artisti: sempre pronti a sputare sul piatto in cui mangiavano, sempre pronti a ribadire di essere “loro” migliori del “popolo”. Peccati che contino sempre sulle tasse del “popolo” per mantenere il loro “elegante” tenore di vita, chè a libero mercato, in Italia, di questi non ci si mette nessuno…
  • Quelli che “tanto paga qualcuno” abituati a vivere di sussidi e trasferimenti, che lavorare stanca, che tanto “un santo in paradiso” si trova sempre…
  • Quelli che “basta lavorare”: “lavorare, lavorare, lavorare” e pagare meno tasse possibile, anche meno. Alla politica ci pensi chi non ha da fare, che tanto “sono tutti ladri“…
  • Quelli onestissimi, che “Dio ci scampi dagli extracomunitari”, e “padroni a casa nostra“. Però se c’è da mettere a nero qualcuno tutti i colori e le razze vanno bene…
  • Berlusconi che non è stato capace di “lasciare” quando si è accorto che a causa di quanto sopra non sarebbe stato possibile fare le riforme di cui il paese aveva bisogno.

Infine la colpa più grande l’hanno gli italiani, sempre in bilico tra qualunquismo passivo e piagnone e temporanee infatuazioni per l’Uomo Forte di turno. Quelli che da 500 anni “Francia o Spagna, purchè se magna“.

Sempre pronti al piazzale Loreto o al lancio delle monentine auto-assolutorio…

Il “padre” italiano dell’informatica delle parole

Padre Roberto Busa

Lo conoscete?

Se potete leggere questo articolo, digitato sulla tastiera di un computer, lo si deve innanzitutto a lui. Se possiamo comporre e scomporre i testi, effettuare analisi e ricerche con un paio di clic su un mouse, se comunichiamo sempre più attraverso messaggi virtuali, lo dobbiamo soprattutto a lui.

Padre Roberto Busa, pioniere dell’uso dell’informatica nella linguistica (oggi nota col nome di Linguistica Computazionale), anticipatore dell’ipertesto attivo sul Web con tre lustri d’anticipo rispetto agli scienziati americani è morto quest’estate, a 98 anni.

La linguistica computazionale studia i formalismi descrittivi del funzionamento del linguaggio naturale, in modo da trasformarli in programmi eseguibili dai computer, cioè cerca una mediazione fra il mutevole linguaggio umano e le rigida capacità di comprensione del computer.

Il computer era nato come una macchina per fare calcoli. Nell’immediato dopoguerra questo intraprendente gesuita stava lavorando a un’opera titanica, voleva analizzare l’enorme opera di san Tommaso. Aveva faticosamente compilato, a mano, diecimila schede, tutte dedicate all’inventario della preposizione «in», che riteneva fondamentale dal punto di vista filosofico. Padre Busa aveva un cruccio: desiderava connettere tra di loro espressioni, frasi, citazioni e confrontarle con altre fonti disponibili.

Per questo nel 1949 (!) bussò alla porta di Thomas Watson, il fondatore dell’IBM, che lo ricevette nel suo studio newyorkese, rimase ad ascoltarlo, e alla fine gli disse: «Non è possibile far eseguire alle macchine quello che mi sta chiedendo. Lei pretende d’essere più americano di noi». Il gesuita non si diede per vinto e mise sotto il naso del boss dell’IBM un cartellino che portava stampigliato il motto della multinazionale, coniato proprio da Watson: «Il difficile lo facciamo subito, l’impossibile richiede un po’ più di tempo». Busa lo ridiede al fondatore dell’IBM non nascondendo tutta la sua delusione. Watson si sentì provocato e così cambiò idea: «Va bene, padre, ci proveremo. Ma a una condizione: mi prometta che lei non cambierà IBM, acronimo di International business machines, in International Busa machines».

Dall’incontro di queste due menti creative nacque l’ipertesto, quell’insieme strutturato di informazioni unite fra loro da collegamenti dinamici consultabili sul computer con un colpo di mouse. La parola hypertext sarebbe stata coniata da Ted Nelson nel 1965, per progettare un software in grado di memorizzare i percorsi compiuti da un lettore. Ma, come è stato documentato da Antonio Zoppetti, esperto di linguistica e informatica, chi «davvero operò sull’ipertesto, con almeno quindici anni d’anticipo su Nelson, fu proprio padre Busa».

Grande cultore delle lingue, era in grado di discutere delle sue scoperte in latino, greco, ebraico, francese, inglese, spagnolo, tedesco. «Mi sono dovuto arrangiare con i rotoli di Qumrân – raccontava – che sono scritti in ebraico, aramaico e nabateo, con tutto il Corano in arabo, col cirillico, col finnico, col boemo, col giorgiano, con l’albanese».

Padre Busa era rimasto sempre un sacerdote. E le ricerche che svolgeva sui software lo confermavano nella fede: «Una mente che sappia scrivere programmi – amava ricordare – è certamente intelligente. Ma una mente che sappia scrivere programmi i quali ne scrivano altri si situa a un livello superiore di intelligenza. Il cosmo non è che un gigantesco computer. Il Programmatore ne è anche l’autore e il produttore. Noi Dio lo chiamiamo Mistero perché nei circuiti dell’affaccendarsi quotidiano non riusciamo a incontrarlo. Ma i Vangeli ci assicurano che duemila anni fa scese dal cielo».